Giugno: La Breccia e la Lenticchia


Giugno nei Villaggi Sicani è il mese in cui la terra si fa piena e il sole si posa sulle cose come una carezza. I campi ondeggiano d’oro, le case si aprono, le sedie tornano sulle vie accanto agli usci, l’aria profuma di mietitura e di festa. È il tempo del raccolto e dell’attesa, dei granelli che diventano pane, delle mani che intrecciano fede e fantasia. In questi giorni la materia si trasforma in racconto: la breccia in colore, la lenticchia in memoria, e tutto — anche il più piccolo gesto — diventa parte di un disegno comune.

Ad Acquaviva Platani, la sera si accende piano. È la Brecciafiorata, l’infiorata di chi non usa petali ma frammenti di pietra e di stoffa. Le mani che di giorno hanno curato i campi hanno poi disegnano figure, geometrie, sogni — un sole, un grano, un volto. 
I pannelli artistici, realizzati su tavole di legno nei mesi precedenti, si riempiono come mosaici con la breccia colorata e con fiori di stoffa cuciti da donne instancabili. Ogni opera raffigura un tema religioso o una visione del mondo: la fede, la luce, la comunità. È un lavoro paziente, corale, che coinvolge associazioni, famiglie, volontari, e che trasforma il paese in una galleria a cielo aperto. La fede si confonde con l’immaginazione, e l’arte popolare diventa respiro comune — un modo per ricordare che la bellezza, come la speranza, nasce dal gesto condiviso.



L’indomani, quando la luce si alza sui campi di Villalba, tutto riprende il ritmo antico del lavoro. Nelle terre di Giovanni Messina le fave mature si raccolgono a mano, con la calma di chi conosce i tempi della natura. Le voci si alternano, si ride, si parla della pioggia e del vento, dei semi che hanno resistito. Giovanni mostra gli attrezzi di una volta, spiega come si lavorava e come si conservava, mentre si passeggia tra i suoi ulivi secolari. Ogni arnese ha una storia, ogni graffio una memoria. 


Poi arriva il pranzo: tavoli all’aperto sul grande piazzale che guarda Villalba dall’alto, piatti caldi e freddi a base di fave e legumi, lenticchie nere che incuriosiscono, formaggi e pecorino, olio e vino. È una cucina che non vuole stupire, ma ricordare — semplice, concreta, grata. Eppure, c’è spazio per l’innovazione: Giovanni sorprende tutti con i suoi snack da aperitivo a base di legumi, leggeri e nutrienti, che raccontano un futuro agricolo capace di dialogare con il passato.

Nel pomeriggio, l’aia si riempie di movimento. Gli animali, i costumi, le voci: sembra di fare un salto nel tempo. La polvere si alza e diventa quasi luce. Non è una rievocazione: è vita che continua, una tradizione che si rinnova mentre tutti la vivono insieme.

La sera, di nuovo ad Acquaviva, i colori della Brecciafiorata tornano a brillare sotto i lampioni. L’odore dell’‘mbriulata’ si mescola al vino, i racconti scorrono lenti. Le donne che hanno realizzato i pannelli parlano della pazienza necessaria, dei giorni rubati alle faccende quotidiane per finire in tempo, dei fili di tessuto che diventano luce. È un’arte che nasce dalla comunità, che non si conserva ma si rinnova ogni anno, come un rito di libertà e di espressività collettiva.

La domenica si apre nel segno della lenticchia. A Villalba, Maria Rita Calafato accoglie gli ospiti con la serenità di chi conosce e parla la lingua dei semi. La sua lenticchia, presidio Slow Food, non è solo un prodotto, ma una promessa mantenuta: un seme antico che ha continuato a crescere grazie alla cura e alla tenacia. 


Nel cortile dell’azienda si osservano le fasi della lavorazione: la selezione ottica, poi quella a mano, lenta e precisa, quasi affettuosa. Le lenticchie scorrono tra le dita, si separano per colore e dimensione: un gesto che diventa meditazione. Fabio Di Francesco, portavoce di Slow Food Sicilia, racconta come la lenticchia di Villalba sia parte viva della storia di questo territorio: dal tempo in cui occupava il 30% della produzione italiana ai decenni difficili delle importazioni a basso costo. Ricorda il suo valore nutrizionale, la ricchezza di ferro e proteine, e la dignità dei contadini che non hanno mai smesso di crederci. 
È un racconto che parla di resilienza, di biodiversità e di futuro sostenibile. Poi si prepara il pranzo: zuppe di lenticchie, pane di grani antichi, verdure di campo, vino rosso e olio buono. Si chiacchiera, si Ascunta, si condivide. È una tavola che insegna senza spiegare, che racconta la vita con il sapore.

Dopo pranzo, il caffè si prende nella piazza di Villalba, davanti alla Chiesa Madre. Le voci si confondono al rintocco delle campane, le porte si aprono, i bambini girano liberi in bicicletta, tra risate e saluti. È una scena d’altri tempi, dove la comunità si mescola con chi arriva da fuori, si continua la visita ai monumenti di Villalba scortati dai ragazzini incuriositi. Qui il turismo non è consumo, ma incontro: un modo per conoscersi, per riconoscersi, per restare nella memoria degli altri.

Più tardi, dal piazzale del Castello di Mussomeli, il vento porta profumo d’estate. I ragazzi dell’associazione AliSicane parlano di libertà e di orizzonti, di come cambiare prospettiva per tornare a vedere la bellezza nei luoghi che abitiamo. Non ci sono voli oggi, ma racconti che sollevano comunque da terra: storie di chi crede che custodire la natura significhi anche restituirle leggerezza.



Quando il sole cala, la luce torna ad Acquaviva Platani. Le strade, ancora ornate, si tingono d’oro al tramonto. La gente si raccoglie, non per un rito ma per un respiro comune: la gratitudine. Ogni frammento di pietra, ogni granello di lenticchia, ogni gesto ha trovato il suo posto.

Giugno finisce così: tra la polvere dorata dei campi e i colori della breccia, tra il canto dei grilli e le mani che sanno ancora disegnare la terra. 


Ogni gesto diventa racconto, ogni colore una memoria che resta. 
La terra respira — e l’estate può cominciare.

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